LA VITA NEI BOSCHI - I TRASPORTATORI CON CARRI
A BUOI
IS CARRADORIS
Un'altra categoria di lavoratori, durante il taglio delle foreste, svolgeva
un ruolo determinante ed insostituibile per i mezzi di allora: is carradoris,
i conduttori dei carri a buoi o CARROLANTI, come li chiamavano i toscani
addetti al taglio e alle carbonaie.
Dalle
nostre parti venivano chiamati carradoris tutti i conduttori di carri
sia che fossero trainati dai buoi, dai cavalli, o dagli asini. Ognuno di essi
meriterebbe una esposizione a parte, perché ciascuno aveva la sua importanza.
Ma è dei conduttori dei carri trainati dai buoi che vogliamo ora occuparci,
anche perché da noi, per lungo tempo, essi hanno avuto una funzione
preminente. Gli abitanti di Villacidro, sin dai tempi più remoti, si
sono serviti dei carri a buoi, perché era il mezzo che più si
adattava al suo territorio montuoso, per trasportare le merci che si produceva.
In un libro degli inizi del 1900 si legge che alla processione in onore
di sant'Isidoro, sfilarono non meno di 200 gioghi di buoi. Ed è certo
che i buoi, che venivano fatti sfilare in processione, erano tutti buoi domati,
adoperati cioè con il carro per i trasporti quotidiani.
Le vacche al pascolo brado, che in certe stagioni venivano anche utilizzate
per l'aratura o per la trebbiatura, difficilmente venivano usate per le feste,
perché, finito il lavoro per il quale erano state aggiogate, venivano
rimesse in libertà al libero pascolo e anche per il fatto che erano
di limitata bellezza; infatti i proprietari preferivano far sfilare tori,
castrati o meno, perché permettevano di fare una bella figura.
Il possesso di un giogo di buoi e di un carro era la garanzia di un reddito
per tutta la famiglia. Nel passato vigeva l'uso, di procurarsi iù e
carru o cuaddu e carru, un giogo di buoi o un cavallo con rispettivo
carro, ancor prima che l'uomo pensasse di formarsi una famiglia sua.
I giovani che riuscivano in questo intento, iniziando a servizio con i vari
padroni, diventavano poi partiti ambiti per le ragazze della borgata e talvolta
persino per le figlie dei padroni.
Ma vediamo prima di tutto com'era fatto il carro.
Sa scaba
Il
carro a buoi è composto fondamentalmente da sa scaba o telaio,
ottenuta da un tronco di leccio sufficientemente lungo in modo da poter essere
tagliato a cinque metri.
Su maistu de carrus, il mastro carraio, se lo andava a cercare in foresta,
magari dietro indicazione di qualche capraio il quale, com'è noto,
viveva a diretto contato con il bosco.
Ovviamente l'albero doveva essere tagliato nel periodo invernale, quando non
era in vegetazione, per evitare che il legno venisse col tempo attaccato dai
tarli, su bremin' 'e linna.
Il tronco era pesante e non poteva essere certo trasportato a spalla neppure
da tanti uomini, era trascinato in paese da qualche contadino con un giogo
di buoi.
Dopo una prima sgrossatura con s'arramineta, una specie di zappetta
tagliente con lungo manico che veniva usata per scorticare il tronco e per
smussare eventuali nodi, il lungo tronco è lasciato a essiccare.
In seguito viene spaccato in due, ma solo per tre metri circa, dal momento
che l'altra estremità, la cosiddetta punta del telaio, deve restare
intera.
Su maistu de carrus usa degli enormi cunei di legno per aprire il tronco
in punta e poi delle zeppe più piccole, fino a raggiungere la giusta
lunghezza. In tutte e due le parti così divise vengono praticati dei
grossi fori su quali inseriscono dei tiranti di lunghezza proporzionale col
variare della larghezza del telaio, il quale assume la forma a "V".
I tiranti sono ovviamente preparati dal fabbro ferraio, che ha un ruolo complementare
al mastro carraio nella costruzione del carro.
S'àscia
Con opportuni supporti, al telaio viene fissato l'asse che avrebbe alloggiato
le ruote, s'àscia, anche questo fabbricato dal fabbro.
All'asse sono applicate due ruote al cui centro è montata una busciula,
una boccola che, lubrificata periodicamente, serve a smorzare l'attrito.
Alle estremità, su appositi fori, vengono inserite is crais,
o chiavi. Queste sono ottenute da un ferro a forma rettangolare con un foro
dove è incastrato un grosso chiodo.
In tal modo si evita che al continuo sobbalzare del carro le chiavi fuoriescano
dalla sede e si perdano le ruote.
Is arrodas
Le
ruote del carro sono molto robuste e da tempi remoti, per aumentarne la durata,
vengono ferrate con il cosiddetto lamoni, un cerchio di ferro spesso
circa due - tre centimetri, per inserire il quale i fabbri ferrai devono letteralmente
sudare le proverbiali sette camicie.
Il lavoro viene fatto a ferro rovente, quindi col fuoco acceso ben vivo; gli
uomini, armati di mazza e immersi nel caldo e nel fumo, devono posare il ferro
rovente sul legno della ruota che è bruciato affinché possa
inserirsi il più aderente possibile. Nel passato i fabbri di diverse
officine, per ferrare le ruote, po nci ghetai is circus a is arrodas,
si davano una mano a agiudu torrau, a scambio di aiuto.
Su lamoni, il cerchio ha un foro o due per ogni settore della ruota,
sul quale sono disposti is rabronis, dei bulloni a testa tonda e conica,
che sono fermati con un dado o ribattuti nel cerchio.
Sa meccanica
Nella traversa estrema della coda, viene applicata sa meccanica, il freno,
ottenuto da due tacchi di legno robusti ricoperti da un grosso strato di gomma.
Il congegno è fatto funzionare tramite una leva di circa otto centimetri
di spessore, alla cui base viene montato un anello con gancio e un pezzo di
grossa catena.
Nelle lunghe discese si lega leggermente sa meccanica con una fune, in quelle
più ripide, in genere solo per brevi tratti di strada, è addirittura
necessario legare le ruote e far camminare il carro a tiro, in modo da evitare
che carro e carico possano travolgere i buoi.
Su sterrimentu
Sul telaio viene applicato su sterrimentu, un ripiano fatto da tavole grosse tre quattro centimetri e larghe 20 - 30, di legno resistente: quercia, leccio o olivastro. Non tutto il telaio è coperto, ma solo la parte in cui deve esser posto il grosso del carico. Circa un metro de sa coa de sa scaba, la parte ultima del telaio, viene lasciata senza fondo, ma non per questo rimane inutilizzata. Anche la parte anteriore del telaio, per tutto lo spazio occupato dai buoi, è libero.
Su guabi
Nella
punt' 'e sa scaba, nell'estremità anteriore del telaio, nella
parte inferiore, viene applicata una placca in ferro con un apposito incastro
in cui va ad inserirsi s'oioni, un grosso anello che un tempo era di
legno e, in tempi più recenti, di ferro, il quale resta snodabile e
collega il giogo.
Il giogo, su guabi, è formato da un tronco, solitamente di
olivastro, lungo 140 centimetri, sul quale vengono sagomate le sedi che poggiano
sulla testa dei buoi.
Esisteva anche un guabi più corto, di 120 centimetri, che veniva
usato per aggiogare i buoi durante l'aratura, o anche quando venivano domati,
per abituarli a camminare legati uno a fianco all'altro.
Sul giogo sono fissati due pezzetti di ferro, is ossieddus, uno a mano
dritta o a odriagus e uno a manu manca, o sinistra. Questi
permettono di inserire is lorus, due corregge di cuoio, al capo principale.
La lunghezza dei lorus è di 4 metri e mezzo e può variare
anche in base alla grossezza delle corna dei buoi. In Sardegna infatti i buoi
vengono giunti per le corna, mentre nella penisola per il collo. Credo che
tale giunzione sia possibile solo in territori pianeggianti, e che, data la
natura del territorio, non lo fosse da noi. Is lorus, erano due, uno
per ogni bue.
Agganciato il capo principale sul quale viene praticato un foro tondo e largo quanto il ferro, s'ossieddu, la correggia è fatta girare attorno ad ogni corno del bue, in genere quattro giri per corno, passando a incrocio da una parte all'altra sulla testa dello stesso bue.
Tra la testa e il giogo viene sistemato un cuscinetto di pelle, riempito di crine, in tal modo si attutiscono le sollecitazioni, in modo che la bestia non provi dolore e no ddu friada, non gli procuri escoriazioni e piaghe.
Is odriagus
Alle orecchie di ciascun bue, o meglio, all'orecchio interno viene applicata
una corda sottile, is odriagus, la quale ha una lunghezza che supera almeno
il montante posteriore del carro.
Con tali funi, che un tempo fabbricavano gli stessi carradoris con erbe palustri,
in genere saina, saggina, si guidano i buoi nel loro andare, sia che
siano giunti al carro, po andai a carru, o che arino, po arai,
o che trebbino po trebai.
Is cubas
Attorno
al telaio vengono montati degli anelli di ferro dove sono infilati dei bastoni
appuntiti, i quali sono legati ai montanti o cubas del carro, mentre
l'altra estremità è tenuta solidale mediante un giro di piattina
in ferro, o anche con dei semplici bastoni più sottili e lunghi appositamente
sagomati e uniti insieme.
I montanti sono di legno resistente e robusto perché sostengano carichi molto pesanti; possono essere anche smontati, infatti sono sono tenuti fermi da chiavi di legno a cuneo dette is proceddus, che vengono conficcate nella parte inferiore.
Is fustis de anella
Per sorreggere il carico, a circa due metri dall'estremità del telaio,
si fissano due bulloni con anello, uno per ogni lato ai quali si agganciano
due grossi bastoni, is fustis de anella, i bastoni con anello, i quali,
essendo snodabili, vengono di volta in volta legati al montante anteriore,
a diversa altezza, a seconda del materiale da trasportare. A carro vuoto,
questi sono tenuti stesi lungo il carro.
Carruba, cerda, coscia, cubidina, costituiscono
delle sovrasponde che danno al carro una grande versatilità, permettendo
il trasporto di materiali ora voluminosi, ora sciolti, ora liquidi.
Sa carruba 
Per il trasporto de sa màghia, dei covoni di grano, di avena, di orzo o anche di fave dal posto di produzione all'aia, i carri montano sa carruba, formata da una specie di graticola di 19 bastoni, lunghi circa 2 metri e mezzo, piazzata tutt'attorno alla base di carico.
Sa cerda
Sa cerda è fatta da rami di olivastro, ollastu, o di
fillirea, arridebi, è alta sui 150 - 200 centimetri.
Ce n'è un tipo più alta che viene utilizzata per caricare la
paglia, incungiai sa palla, un'altra più bassa, che viene usata
per portare il letame dalla stalla, scavuai ladàmini de sa lolla
de su iù, ai poderi del proprietario; servizio che il contadino
fa anche a pagamento ai piccoli proprietari che non possiedono carro ma che
comunque hanno il letamaio, su muntonaxu, in casa.
Nei paesi della pianura, dove non è facile rinvenire astine di olivastro
o di fillirea, sa cerda viene confezionata con canne di verbasco, cadumbu,
più facile da reperire nei terreni non coltivati, is coturas.
Sa càscia
Sul carro essere montata anche sa càscia, un cassone fatto su misura che permette di trasportare sabbia, ghiaia o pietre.
Sa cubidina
In autunno viene aggiunta sa cubidina de binnennai, il tino per
la vendemmia, in genere più grosso e più largo degli altri tini.
Per metter su sa cubidina è indispensabile smontare is
cubas, i montanti dello stesso carro.
Sopra sa cubidina, per poterne aumentare il carico, può essere
sistemata sa cilandra, una fila di rami di frasche le cui punte vengono
infisse sull'uva, sporgenti al disopra del bordo dello stesso tino, fino a
60 - 80 centimetri.
I BUOI
I
buoi potevano essere domati o uno alla volta, allora se ne aggiogava uno non
domato ad uno già domato, o anche tutti e due insieme, abituandoli
prima a camminare e poi a lavorare congiuntamente.
Una volta domato come s' 'uoi de manca, bue di sinistra, questo si
abituava a quella mano, col solo invito del conduttore "Assè
a su tuu!" Avvicinati al tuo posto! si avvicinava al giogo.
I nomi dei buoi
Il giogo dei buoi veniva nominato in maniera particolare; a ogni bestia
veniva attribuito una parte di una frase a senso compiuto, i due nomi dovevano
formare una battuta.
Era un modo, un po' singolare, di mandare dei messaggi in codice.
Si poteva comunicare all'amata:
"Bollemu bivi - Po biri a tui" Vorrei vivere - Per vedere te;
si ricordava un fatto accaduto:
"Prima de su tempus - Poita dd'as bendidu".
Ecco altri esempi:
"Atturadì - Signori";
"Saberau - Gravellu";
"No mi nomenis - Mancu po brulla";
"Persighi s'amori - Cun d'unu at essi";
Po cantu bivu - No mi scaresciu";
"Tzaraccu - Gratziosu";
"Mancai ddu nerist - No dd'as a fai";
"Su Fini - No ti fatzas";
"Cantu ses bellu - No tind'accatas";
"Circadindunu - Ancora".
S'appalladura de is bois
Nel
periodo in cui erano destinati al lavoro, i buoi venivano nutriti bene. Alla
sera veniva data la profenda, sa brovenda, una razione di paglia con
fave macinate, poco dopo la mezzanotte un'altra razione, questo perché
i buoi sono ruminanti e per saziarli occorreva qualche ora.
Questo a differenza dei cavalli, ai quali bastava dare da mangiare prima di
andare a letto e un'altra volta la mattina, intanto che si era pronti a partire.
Inoltre a questi era sufficiente somministrare delle fave intere insieme alla
paglia, ai buoi bisognava dare fave macinate, insieme alla paglia.
I buoi mangiavano avidamente, strisciando is tringhitus o is campanas in su lacu, i campanelli di cui erano sempre forniti nella vasca di pietra arenaria, solitamente di forma cilindrica, costruita apposta da is piccadoris de moba o piccaperderis, gli scalpellini. Ovviamente in foresta le mangiatoie erano più semplici: is carradoris non potevano certo portarsi appresso is lacus. All'uopo usavano o dei cesti di canne o semplicemente costruivano un piccolo recinto di pietre.
Spesso i bambini venivano incaricati anche di dar la profenda ai buoi, e tra un pasto e l'altro dormivano su un giaciglio di paglia vicino alle stesse bestie.
Quando il campanello al collo delle bestie non tintinnava più, era
segno che la profenda era terminata, perché il bue aveva sollevato
la testa.
Guai se subito non avesse ripreso a suonare. Il padre o il padrone, che vigilava
dal suo letto, avrebbe urlano al ragazzo e, qualora lo avesse trovato addormentato,
l'avrebbe svegliato a pedate.
Qualcuno, per non assopirsi involontariamente, usava mettersi un mazzo di
spine sotto il mento, in modo che, quando questo si abbassava, venisse punto
e si svegliasse.
Ovviamente la trovata era suggerita dagli anziani.
Le donne in casa, oltre a macinare le fave, avevano il compito di procurare
la paglia portandola con i sacchi, in bilico sulla testa dal pagliaio, da
s' 'om' 'e sa palla, che molti avevano lontano dall'abitazione.
Le donne e i bambini avevano anche il compito di far trovare in casa una
certa quantità d'acqua che prendevano dal Lavatoio, dal rubinetto del
Carmine, da piazza S'Osteria e dai pubblici pozzi. La rete dell'acquedotto
era ancora da inventare.
Per fortuna non sempre i buoi venivano abbeverati in casa, lo si faceva solo
in casi di emergenza o forse per un mezzo abbeveraggio, in genere le bestie
venivano accompagnate a is lacus de is bois, gli abbeveratoi del Lavatoio,
o a Lacuneddas, o a Funtanedda.
I bambini avevano anche il compito di portare i buoi al pascolo quando non erano impegnati al lavoro. Li portavano a su cungiau, il podere chiuso dove gli animali potevano pascolare liberamente restandovi anche la notte o dalla mattinata fino a sera.
IS CARRADORIS NELLA FORESTA
I carri che venivano usati in foresta erano numerosi ed esclusivamente carri
a buoi, poiché era impensabile che venissero utilizzati nei monti quelli
trainati dai cavalli.
Il loro lavoro iniziava di pari passo con quello dei tagliaboschi e carbonai,
a volte con qualche giorno o settimana prima.
La costruzione delle strade
Precedentemente gli stradini avevano ripristinato o fatto ex novo la strada principale che conduceva alla dispensa. In seguito con i carri venivano trasportati dal paese i materiali per il restauro o la costruzione della stessa cantina.
Sistemata la strada principale per la dispensa, gli stradini aprivano le
altre strade carreggiabili fino all'ultima carbonaia, la quale era fatta a
non più di cento metri di distanza dallo spartiacque del monte sottoposto
a taglio. Ovunque il terreno lo permettesse, giungevano i carri.
Non era sempre agevole costruire le strade. Talvolta bisognava attraversare
dei tratti rocciosi e per aprire un varco si usava la dinamite; altre volte
era necessario costruire dei muri altissimi con pietre a secco, la bravura
dei costruttori la si può ammirare ancor oggi in molti posti, a 50
- 60 anni dalla loro costruzione! Cosa dire delle costruzioni moderne che
talvolta crollano prima ancora di essere collaudate?
Il viaggio
I
trasporti in foresta avvenivano sempre dai punti di carico, dove i taglialegna
accumulavano il legname tagliato, a s'impostu, il piazzale dove veniva
radunato il materiale, legna o carbone che fosse prima di essere trasportato
in paese. Questo poteva essere a pochi chilometri ma anche a cinque o dieci
chilometri dal punto di raccolta.
Il carro pare fosse collaudato per trasportare fino a 40 quintali di merce,
ma certo, in un territorio come quello di Villacidro, carichi simili erano
impensabili, almeno nei monti; tuttavia arrivavano a caricare anche 20 quintali
e non era poco nei posti scoscesi in cui si trovavano ad operare.
Riempito il carro, su carradori iniziava la discesa con la guida detta
a manixu de ananti, l'uomo, cioè, si metteva davanti ai buoi e
li incitava con la voce e con su strumu, il pungolo. Procedeva lentamente,
con attenzione, ovviamente con le ruote frenate.
In genere i buoi erano pazienti e docili e obbedivano alla guida dell'uomo,
ma, come ci sono persone bizzarre, così ci sono animali, per tal ragione
si potevano incontrare dei gioghi che facevano le bizze e se l'uomo non era
bravo, non riusciva a venirne a capo.
Responsabile di un comportamento stravagante era spesso lo stesso conduttore, il quale, allora, veniva detto de suidu malu, di animo cattivo; in quel caso la bestia cercava di prender il sopravvento sull'uomo. Ho assistito personalmente e più di una volta a scene di questo tipo.
Finito un viaggio ne iniziavano un altro. Si fermavano solo con il buio. Durante la notte riposavano solamente i buoi, in qualche modo. I conduttori dapprima, alla sera, davano sa brovenda, alle bestie, poco dopo la mezzanotte si alzavano e nuovamente ddus appallànt. Le fave per la profenda venivano portate già macinate in foresta; questo lavoro era compito delle donne di casa o dei bambini, i quali venivano messi a lavorare sin dalla più tenera età.
Is bravus carradoris
Il
carattere e la personalità del conduttore dei buoi era importante perché
il lavoro fosse svolto nel migliore dei modi. Egli badava bene a non farsi
male e a non farne alle bestie che erano il vero sostentamento della famiglia.
Ma non tutti diventavano bravi; molti erano maldestri nel lavoro e nel rapporto
con le bestie, le quali, talvolta, si vendicavano anche con lo stesso conduttore.
Le stradine di montagna, specie nella foreste, erano strette, rasenti vi
erano molti alberi o rami sporgenti, permettevano appena il passaggio di un
giogo. Occorreva accompagnare attentamente i buoi evitando, soprattutto, che
le corna andassero a sbattere.
Nel passato vi erano dei buoi dalle corna molto lunghe che creavano non poche
preoccupazioni al conduttore.
Talvolta però il conduttore era maldestro e precipitoso anche laddove
era necessario un maggior controllo; allora i buoi non riuscivano a controllarsi,
anche perché spinti dal carro carico, ed accadeva che un bue urtasse
un corno in un tronco, o in uno spuntone di roccia e restasse mutilato.
Un bue privo di un corno era inutilizzabile per il lavoro e dunque veniva
macellato.
Se il bue scornato era di proprietà del conduttore, era lui a pagarne
le conseguenze; se invece il conduttore era un servo, il bue veniva macellato,
spesso venduto a bassa macelleria, dunque a prezzo ridotto, ed egli era tenuto
a pagare la differenza tra il ricavato e l'occorrente per comprarne un altro
in grado di lavorare.
Per fortuna tali incidenti non erano molto frequenti.
Incidenti
Numerosi erano gli incidenti che potevano capitare durante il difficile
e duro lavoro.
Operando durante il taglio di una foresta il lavoro era faticoso: si trattava
di caricare la legna già pronta.
Il carradore metteva in pratica la sua esperienza e abilità nel sistemare
bene il carro.
Il carico doveva essere ben equilibrato sul carro. Ciononostante, capitava
che nelle stradine strette e tortuose di montagna e col carico alto, il carro
si rovesciasse col carico e con i buoi attaccati. In genere per rimettere
a posto le cose era sufficiente scaricare la legna e dare una spintarella
al carro. Se si trattava di sacchi di carbone, il conducente li scaricava
uno ad uno, spesso aiutato dagli scolettini, gli uomini che davano
una mano a caricare e scaricare i sacchi.
Talvolta is carradoris rimettevano in piedi carro e carico aiutandosi
a vicenda, tirando con le grosse funi, is funis de carru, che sempre
avevano per legare bene la legna.
IL TRASPORTO DELLA LEGNA PER LA FAMIGLIA
In
autunno, nell'intervallo tra sa binnenna, vendemmia e il raccolto
delle mandorle, is carradoris si occupavano del trasporto della legna
per le famiglie, tutte, infatti, avevano bisogno della legna per riscaldarsi
e per cucinare. Le cucine a gas sono relativamente recenti e risalgono, almeno
nel nostro paese, agli anni cinquanta e, in non pochi casi, anche i primi
anni sessanta.
Is carradoris, spesso aiutati dai familiari, bambini, giovani e a volte anche dalle donne, andavano in foresta, dove il comune aveva stabilito il taglio del sottobosco, che variava di anno in anno, e, pagando una semplice tassa per il diritto di legnatico, raccoglievano oiòi, arridebi, modditzi, ùvara, (corbezzolo, fillirea, lentischio, erica) e qualche pianta di ìbixi, leccio, malata o secca.
La legna, una volta tagliata, veniva radunata in su carriadroxu, il punto di carico, che talvolta era parecchio distante dal luogo del taglio. In genere, la legna era avvicinata al carro a fascine a dimensione d'uomo. Altre volte, quando il terreno lo permetteva, veniva fatto un fascio unico, grande quasi quanto il carico, e veniva fatto rotolare verso il basso sino al punto di carico. Talvolta, però, l'enorme catasta s'incastrava in una roccia o in un albero, allora erano guai. Quando capitava ciò, alla sera potevano dire di essersi meritati il piatto di fave o di ceci che le donne di casa avevano preparato.
Is carradoris con i carri percorrevano le carrarecce costruite durante il taglio della foresta, talvolta aprivano anche qualche tratto nuovo.
Alcuni carradoris andavano a vendere la legna nei paesi vicini.
Non tutti erano bravi e non tutti erano onesti. La remunerazione non era in
base al peso di legna trasportata, ma al viaggio.
In genere si barattava un carico di legna in cambio di un sacco di fave. Dunque
il carro avrebbe dovuto essere ben pieno, alto e ben vistoso.
I furbi, specialmente quando trasportavano la legna per venderla nei paesi
del circondario, facevano il carico bello all'esterno, mentre mettevano nell'interno
frasche di poco conto; quando i malcapitati acquirenti si accorgevano, li
costringevano a riprendersi la legna già scaricata.
CONTUS
Si raccontavano numerosi episodi, per lo più tragici, legati a is carradoris.
Il ragazzo che conduceva i buoi
Un ragazzo guidava su iù con is odriagus, un giogo con le
funi di guida, che, per comodità, si era legate alla vita. Procedeva
allegro verso su cungiau dove avrebbe liberato i buoi. Si era nella
tarda primavera, nel periodo in cui i buoi spesso curriant a musca,
si infastidivano per l'insolenza delle mosche.
Di fatto i buoi si imbizzarrirono e si misero a correre, una folle corsa alla
quale il bambino non poteva tener testa e che non gli permise di slegarsi
le funi dalla vita. Dopo aver corso per un tratto, fu scaraventato a terra
e trascinato in mezzo alla polvere nella strada irta di spuntoni di pietra,
che in breve gli lacerarono le tenere carni riducendolo ad una poltiglia sanguinolenta
e privo di vita.
Sisinni, Srabadoricu e Sisinneddu
Sisinnio aveva portato un carro carico di legna a casa del cognato Srabadoricu.
L'aveva scaricata nel cortile e tutta la famiglia era impegnata a sistemarla
in su stabi, il telaio di tronchi costruito in un angolo del cortile,
dove veniva sistemata la provvista della legna.
Era un giorno d'autunno, era quello infatti il periodo in cui si faceva provvista
di legna; infatti i buoi non erano più impegnati nella vendemmia o
nel trasporto di sacchi di mandorle, e non era ancora tempo de bessì
a arai, iniziare l'aratura dei campi.
Ambedue i cognati erano di carattere singolare, travessus, e non disdegnavano di parlarsi male ogni volta che si incontravano. Avevano bisticciato per tutta la durata del tempo in cui erano stati a contatto, bevendo anche di tanto in tanto qualche bicchiere di vino che tutti e due non disdegnavano.
Nel cortile di casa c'erano diversi i bambini che giocavano, in gran parte fratelli e cugini tra loro, dal momento che i tre fratelli, loro padri, avevano trovato sistemazione nel cortile dell'antica casa avita; c'era pure qualcuno del vicinato, accorso a vedere lo spettacolo dei buoi e della catasta di legna.
Sisinneddu, uno dei bambini, figlio di Srabadoricu, si era intanto infilato a giocare sotto il carro ormai vuoto. I due uomini continuavano a discutere animatamente e a una ennesima parola pesante, Sisinnio si era ulteriormente riscaldato, diede una frustata ai buoi con su strumu, la frusta che aveva in mano, facendoli partire di scatto.
Tzia Maria, la moglie di Srabadoricu, assisteva alla scena
da un balconcino in mattoni. Già sofferente di cuore, per poco non
rimase stecchita nel vedere il suo bambino travolto dai buoi e dal carro.
Non ci fu niente da fare, la povera creatura di pochissimi anni, rimase schiacciata
e priva di vita.
E' rimasto nella bocca dei paesani il racconto di un'avventura che Sisinnio aveva vissuto da giovane, mentre attraversava col carro carico il fiume di Biddascema in piena. Anche in questa situazione il carradore giudicava se il fiume era attraversabile o meno.
Sisinni in su sattadoxu de Biddascema
Veniva da Margiani Cotza con un carico, forse di legna. Aveva piovuto abbondantemente durante tutta la notte e pioveva ancora quando Sisinni si trovò a guadare su sattadoxu de Biddascema. Il fondo del guado era stato bonificato con una massicciata di larghe pietre e dalla parte alta del guado, alla distanza di circa quaranta centimetri l'una dall'altra, erano stati piantati dei lastroni di granito, petzerias, alti sugli ottanta centimetri che permettevano il passaggio dell'uomo in condizioni normali, ma erano inutili in condizioni di piena.
Sisinnio non tenne conto del pericolo, al quale esponeva se stesso e i suoi
buoi, spinse le bestie per il guado, ma a causa di qualche masso rotolato
dalla stessa furia dell'acqua, il carro si rovesciò. Carro, animali
e uomo vennero trascinati nel vortice che si creava sotto il guado.
Sisinnio se la cavò per miracolo, su giuabi si spezzò
e in tal modo gli stessi buoi, liberati dal carro, poterono nuotare e venir
fuori dall'acqua indenni.
Due conducenti poco abili
I carri scendevano da Canab' 'e Pruna e da Arrietupas nel salto
di Coxinas, in fila, anche cinque, sei, sette, uno dietro l'altro.
Ovviamente la strada era una e non si poteva sorpassare. Camminavano benissimo
nella discesa, ma, giunti al guado del rio, un giogo, sempre lo stesso, si
fermava e non c'era più verso di farlo ripartire. Vigeva anche un certo
orgoglio tra i conduttori, che in genere erano anche proprietari e mal sopportavano
vedersi anche sbeffeggiati dai compagni. Il conduttore - padrone, stava sudando
sette camicie nel tentativo di far ripartire i buoi, prima frustandoli, poi
ferendoli a sangue con il pungolo e ripetendo a cantilena:
"Cicadindunu, Cicadindunu, Ancora beni!",
questi erano infatti i nomi dei due buoi. Ma né Cicadindunu,
né Ancora beni si decidevano a ripartire. Passavano a volte
delle ore senza che la situazione si sbloccasse.
Un giorno le guardie forestali sostavano nella strada alta ed osservavano
il comportamento del bovaro. Visto che maltrattava le bestie, decisero di
intervenire con l'intenzione di arrestare l'uomo, infatti la legge vietava
la molestia agli animali. Si mossero verso il punto dove si consumava il reato,
ma non fecero in tempo ad arrivarci perché Peppi, un altro carradore
risolse la faccenda. Questi lasciò per un attimo solo il suo giogo,
si avvicinò a quello fermo, prese per un corno un bue, lo sollecitò
appena con il pungolo e questo ripartì come se non fosse accaduto nulla.
Così accadde un'altra volta con tziu Angiulinu, il quale
intervenne su un giogo fermo da un bel po', senza che il padrone riuscisse
a sbloccarlo, e fece ripartire il giogo semplicemente accarezzando dolcemente
il fianco di una bestia e sussurrandole:
"E it'est suzediu, aiò bellixeddu!" Cos'è successo?
Andiamo, bellezza!
I buoi ripresero il loro andare come se andassero alla festa.
Is carradoris gonnesus
Una volta in territorio di Gonnos, capitò che un carro carico di
legna precipitasse in un burrone con buoi e il carico. Nella caduta, il giogo
si spezzò e i buoi poterono cadere liberi.
Is carradoris se la cavarono con alcune escoriazioni e qualche piccola
ferita. Con estrema difficoltà recuperarono i buoi dalla scarpata,
dal momento che non era possibile riportarli in strada neppure attraverso
altre strade. Dovettero imbragarli con le funi uno alla volta e tirarli su
con l'ausilio di altri buoi. I1 proprietario di quei buoi era di Fluminimaggiore.
Angelo
Un caso analogo lo visse Angelo, uno dei più bravi ed ultimi carradori
del paese.
Aveva trascorso tutto il giorno a trasportare covoni di grano, seìdai,
dalla terra della mietitura all'aia, a s'arxoba. Rientrò a
casa al buio. Non fece nemmeno a tempo a sciogliere i buoi dal carro che giunse
un vicino. Angelo, così anche lui si chiamava, gli chiese di trasportargli
un carico di sacchi di cemento dal rivenditore a casa, in cui, proprio l'indomani
mattina, il muratore avrebbe dovuto iniziare i lavori. Stava costruendo la
casa in cussu logu santu, come avrebbe detto Angelo il carradori, dove
oggi è la via Carmine.
L'uomo e i buoi erano stanchi e non se la sentiva di fare quel trasporto.
Non sapeva cosa fare, ma non se la sentì di perdere un cliente; anche
se mugugnando, a murrungius e a cetus, ci andò. Risalendo,
proprio nel punto dov'era lo scavo, i buoi s'impuntarono. Era buio e forse
avevano avuto paura di un'ombra. Portavano un carico di 20 quintali di cemento,
diedero uno scossone improvviso e precipitarono carro, carico e buoi insieme,
nella scarpata di molti metri.
Anche in quell'occasione i buoi se la cavarono con poco, ma la fatica per
riportarli in strada, con l'aiuto del cugino Peppe, dei suoi buoi e di altri
accorsi a dare una mano, Angelo se la ricorda ancora, nonostante siano passati
molti decenni da quando accadde il fatto.

Ecco, credo che dei carradoris abbia scritto molto, ma mai abbastanza,
almeno quanto essi meriterebbero.
Fa bella mostra oggi il campanile di Santa Barbara ma, se nel 1640 non vi
fossero stati is carradoris coi loro carri e i buoi per portare le
pietre squadrate dal colle di Tuvixeddu di Cagliari, forse non lo potremmo
oggi ammirare.
questo è solo un esempio. Tutti i trasporti, fino all'avvento delle macchine, venivano fatti coi carri a buoi. Pare, infatti, che l'uso del carro a cavallo sia relativamente recente e comunque sia venuto molto dopo il carro a buoi.
— Su —
© Tutti i diritti sono riservati.
by pisolo