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GIROVAGANDO NEL TERRITORIO DI VILLACIDRO
di Su Dindu a cura di Pisolo

Chi vorrà, potrà conservarlo e magari rilegarlo in volume.

La Redazione

 

La legge del più forte?

Era circa mezzogiorno e mezzo di una mattina di aprile e mentre assaporavo per un attimo il tepore del sole, la mia attenzione venne catturata dall’incessante  andare e venire di due rondini intente ad ultimare il loro nido sul cornicione di una casa accanto. Ho deciso di seguirne la fatica, ammirato e quasi partecipe, anche nei giorni successivi. E intanto immaginavo quello che sarebbe accaduto una volta conclusa la fatica del nido: la femmina deporrà le uova, poi la coppia le coverà e, una volta concluso questo tempo, verrà il momento, misterioso e prodigioso, del dischiudersi della nuova vita di due esserini implumi e famelici. Fu grande invece il mio disappunto nel constatare, da lì a qualche giorno, che le rondini non c’erano più. Al loro posto svolazzavano da padroni i nuovi inquilini: due passerotti. Questi avevano atteso che le rondini ultimassero la costruzione del nido e poi, con prepotenza, le avevano cacciate via appropriandosene. Un fare arrogante e arbitrario che mi fece provare un moto di ribellione e di rifiuto. Ma guarda, mi dissi, perfino tra questi piccoli volatili vige la legge del più forte.
Il riferimento al comportamento di noialtri, animali ragionevoli, fu immediato. E ho riflettuto sulla storia, talvolta lieta e tal’altra triste, e sui molti che con supponenza si aggirano indisturbati tra le case, le fabbriche e le stesse istituzioni a imporre il loro arbitrio e i loro ingiusti egoismi, incapaci di comprendere i drammi altrui, di spezzare il pane della condivisione, chiusi come sono a progettare e a parlare delle loro bramosie e ad aprire spaccature e abissi a salvaguardia di privilegi non dovuti che diventano per le loro coscienze accecamenti alienanti. Una realtà composita dove convivono lo scaltro e l’ingenuo, l’altruista e il malfattore, il depravato e il virtuoso. Mondo variegato e conflittuale chiamato a formare l’unico, impenetrabile bosco di quei minuscoli viventi che siamo noi e dove sembra che si nasca unicamente per scontrarsi in un continuo, ineluttabile divenire di logiche distruttive, in un vortice senza senso e speranza che ci supera e che sa solo di crudeltà. In un simile contesto, - e la vita, nella sua  temporalità, è solo questo, - come si fa a non accogliere con gioia la fede in Gesù crocifisso e risorto e a non seguirne l’esempio e la parola? Perché rinunciare alla luce che egli ci dona per ostinarsi a vivere in una spirale in cui tutto si ripete inesorabilmente uguale, senza novità e prospettive di soluzione che non siano la morte e la fine?

Don Giovannino





Beata Maria Leonia Paradis

Alodia Virginia Paradis, figlia di Giuseppe Paradis e di Emilia Grégoire, nacque il 12 maggio 1840 ad Acadia, villaggio che attualmente si trova nella provincia di Québec in Canada. Tra i suoi ascendenti, i biografi ricordano anche molti uomini di chiesa, tra cui dei vescovi e addirittura anche  cardinale che resse l’arcidiocesi del Québec. Fino agli otto anni fu la famiglia ad impartirle i primi insegnamenti religiosi, poi, a nove anni, fu mandata dai genitori presso le Suore della Congregazione “de Notre Dame”. Nel 1849 ricevette la Cresima, mentre nell’anno successivo ebbe la gioia di accostarsi al sacramento della Eucaristia. Da subito, rivelò una straordinaria sensibilità nei confronti delle persone umili e povere, pur provenendo da una famiglia agiata. Dopo qualche anno, avvertì dentro di sé la chiamata alla vita religiosa. Alla ricerca di una guida spirituale che l’aiutasse a discernere meglio la volontà di Dio, chiese consiglio all’amico sacerdote padre Camillo Lefebvre, il quale la incoraggiò ad entrare nella Congregazione delle Suore Marianite della Santa Croce, da poco costituitasi, per il servizio domestico nelle Case dei Sacerdoti della Santa Croce e per l’educazione della gioventù.
Alodia entrò come postulante fra queste suore, il 21 febbraio 1854 nella città di San Lorenzo. L’anno successivo, il 19 febbraio 1855, fu ammessa al noviziato con il nome di suor Maria Leonia e a 17 anni, nonostante la sua precaria salute, fece la professione religiosa. Avendo dimostrato di avere ottime doti per l’insegnamento, fu inviata in varie Case del Canada e nel 1862 andò negli Stati Uniti come istitutrice nell’orfanotrofio di S. Vincenzo a New York. Nel periodo che fu negli Stati Uniti, venne coinvolta, insieme a tutta la Congregazione, nella penosa separazione delle suore di origine americana dalla Casa madre francese delle Suore marianite della Santa Croce. Nel 1870, anche lei scelse di lasciare la Congregazione e andò a far parte del gruppo delle suore americane presso la Casa di Notre Dame, di loro proprietà, nello stato dell’Indiana. Nel 1874, aderendo all’invito di padre Camillo Lefebvre, insieme ad una consorella, si recò in Canada, per formare alla vita religiosa il gruppo delle giovani che lo stesso padre Lefebvre era riuscito a formare, perché potessero svolgere la loro opera nel collegio di S. Giuseppe, da lui appena fondato. Mentre era molto impegnata nel suo lavoro, arrivò il suggerimento di mons. Fabre, vescovo di Montréal, di fondare, anche in quella diocesi, una Comunità. E così il 26 agosto 1877, un primo gruppo di 14 consorelle, vestì l’abito del nuovo ordine che si era appena costituito. La cerimonia, fu presieduta da padre Lefebvre, Il suo Superiore Generale, autorizzò la costituzione della nuova Comunità, denominata “Piccole Suore della Santa Famiglia”.
Dovette però fare i conti con il vescovo locale che in un primo momento non diede la sua approvazione che, invece, si dispose a concedere l’anno seguente. Fiorirono così anche nuove vocazioni e si poterono aprire altre Case e Conventi. Madre Leonia, anche se fondatrice, volle rimanere una semplice suora della Santa Croce. Solo il 2 ottobre 1904, per compiacere il vescovo e le consorelle, decise di indossare l’abito proprio del suo Istituto. Con dedizione e grande spirito di servizio, madre Maria Leonia, creò nelle canoniche e nei Seminari quell’atmosfera propria della Santa Famiglia di Nazareth, fatta di purezza e di pace, di ordine e di discrezione. Pur non avendo fatto studi speciali, lasciandosi guidare dall’adorazione dell’Eucarestia e dalla lettura del Vangelo, insegnò a leggere e a scrivere ad un gran numero di giovani ragazze, indirizzandole alla vita religiosa. L’Istituto ebbe notevole successo, tanto che venne inaugurata, il 21 luglio 1907, la nuova Casa per le suore. Ammalata gravemente di cancro, da tempo sopportava tutto senza darlo a vedere, finché improvvisamente le sue condizioni di salute si aggravarono. Morì il 3 maggio 1912 a Sherbrook, all’età di 72 anni. Ebbe funerali veramente trionfali. Fu sepolta nel cimitero parrocchiale di San Michele a Sherbrook e riesumata il 4 ottobre 1935 per essere traslata nella Casa Madre del suo ordine. L’Istituto già numeroso alla sua morte, si è poi diffuso oltre che in Canada, anche in Honduras, Italia e Stati Uniti. Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificata l’11 settembre 1984 a Montréal, durante il suo viaggio apostolico in Canada.






Non sfrattiamo il Crocifisso.

Di tanto in tanto, tornano agli onori delle cronache le contestazioni sulla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici (aule scolastiche o consiliari, sale di tribunali, ecc…). Le motivazioni che si portano a sostegno della richiesta ruotano sempre intorno a questo concetto: il crocifisso è un simbolo religioso cristiano, mentre i luoghi sede di istituzioni pubbliche sono laiche, e quindi al servizio di tutti i cittadini, che possono professare anche altre fedi religiose o soltanto essere agnostici o atei. Non ho difficoltà a riconoscere che la croce è un segno storico, legato al cristianesimo. I romani la chiamavano “servile supplicium” in quanto la crocifissione era la pena capitale riservata agli schiavi e ai ribelli. Giuseppe Flavio, storico ebreo del I secolo dell’era cristiana, passato al servizio della famiglia imperiale Flavia e, di fatto, pagano, l’aveva definita “una sofferenza intollerabile, la più penosa delle morti” (Guerra Giudaica, 7, 202-203). Quasi quarant’anni fa, nei pressi di Gerusalemme, è stato rinvenuto lo scheletro di un uomo crocifisso all’incirca al tempo stesso di Gesù. Si chiamava Giovanni. Nel piede aveva ancora infisso un chiodo e negli avambracci erano visibili i segni di altri due fori. Questa, come ci narrano i vangeli, fu la pena inflitta a Gesù dal procuratore romano Ponzio Pilato nella primavera di un anno tra il 30 e il 33 della nostra era, poco fuori le mura di Gerusalemme su un piccolo rialzo chiamato in aramaico Golgota e in latino Calvario. Su quel patibolo Gesù chiuse la sua esistenza terrena.
Da quel momento, per i credenti cristiani prima, per la civiltà europea dopo e, in seguito, per la cultura dell’intero Occidente (e non solo), è diventato simbolo della sofferenza umana, della tragicità della morte e, perfino, del silenzio di Dio. Segno dell’uomo che soffre e che muore immerso nel dolore. Il crocifisso ha acquistato una simbolicità universale in quanto icona del dolore innocente e di un’umanità vilipesa e schiacciata dall’odio. Segno inconfondibile del giusto oppresso e umiliato. Dunque, messaggio silenzioso che parla al cuore e alla mente della persona sensibile alla drammaticità dell’esistenza che si rivela più eloquente di mille prediche o discorsi..
Già 20 anni fa. la scrittrice Natalia Ginzburg affermava, sulle colonne dell’Unità: “Non togliete quel crocifisso! E’ la, muto e silenzioso. C’è stato sempre. E’ il segno del dolore umano, della solitudine della morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo”. Lo scrittore agnostico argentino Borges, premio Nobel per la letteratura,  dichiarava di non riuscire a staccare lo sguardo da quel volto: “La nera barba pende sopra il petto./ Il volto non è il volto dei pittori./ E’ un volto duro, ebreo./ Non lo vedo/ e insisterò a cercarlo/ fino al giorno/ dei miei ultimi passi sulla terra”.  L’ex Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi aveva definito il crocifisso “un simbolo di valori che stanno alla base della nostra identità”. Ignazio Silone, nel romanzo Il segreto di Luca, riport questo dialogo: “Il figlio di Luca, durante l’interrogatorio guardava fisso sulla parete, al di sopra del presidente. “Cosa guardate?”, gli gridò il presidente. Gesù in croce – gli rispose Luca – non è permesso? “Dovete guardare in faccia chi vi parla”, gridò il presidente. “Scusate, - replicò Luca, - ma anche lui mi parla; perché non lo fate tacere?”. Silone ha colto nel segno. Il crocifisso parla davvero a tutti, soprattutto alle vittime, agli oppressi e agli infelici innocenti. Parla ai credenti e ai non credenti e farlo tacere non è possibile perché il suo messaggio si trova già impresso nel cuore di ogni uomo. Lo si può sfrattare e cacciare, questo sì, ma non si può cancellare la sua testimonianza. L’ostilità e il rifiuto della sua persona non potranno mai sopprimere la bellezza e la ricchezza di ciò che egli è simbolo. E allora, non schiodiamolo né dai luoghi del nostro vivere, né dai nostri cuori. Egli resta il segno inconfondibile delle sofferenze e dei dolori dell’uomo di sempre. In lui non c’è rassegnazione, ma speranza. Egli è la luce che continua a illuminare l’esistenza di quanti sono chiamati a percorrere la via oscura dell’ingiustizia e della persecuzione.

Don Giovannino






Guinea Equatoriale: lo scandalo del silenzio

La Guinea Equatoriale è un piccolo paese dell’Africa Sub-sahariana, poco più grande della Sardegna, con una superficie di 28.059 Kmq. e una popolazione di 523.000 abitanti. Il territorio è formato da una parte continentale (poco più di 25.000 Kmq.) che si chiama Rio Muni. Il resto del paese è formato dall’isola di Bioko (2.017 Kmq.) dove si trova la capitale Malabo, dall’isola di Corisco (14 Kmq.) e dall’isola di Annobon (18 kmq.) dove vivono circa 2.000 abitanti. La Guinea Equatoriale, ex colonia prima portoghese e poi spagnola, è un paese che vive sotto la morsa di una delle dittature più cruente e sanguinarie del continente africano e di cui nessuno parla. Tutto il potere politico ed economico del piccolo Stato si concentra nelle mani del presidente-dittatore Teodoro Obiang Nguema - salito al potere con un golpe nell’agosto del 1979 - e della sua famiglia. La Guinea Equatoriale è un paese dei paradossi. Pur avendo il reddito più alto di tutta l’Africa, una crescita economica del 18,6% (anno 2006), la seconda di tutto il mondo e la prima in Africa, una bilancia commerciale in attivo e un’inflazione bassa, la situazione del paese è difficilissima. I vasti giacimenti di petrolio, scoperti nel 1994, hanno trasformato la Guinea Equatoriale nel terzo produttore dell’Africa Sub-Sahariana, dopo Nigeria e Angola, del prezioso minerale. Ma le ricchezze derivanti dal settore petrolifero, in mano a società statunitensi, vanno a finire nelle tasche di queste ultime e della famiglia del dittatore. La popolazione vive in condizioni di povertà. Il sistema sanitario è mediocre e molte aree del paese sono prive dei più elementari servizi sanitari. La qualità della vita è molto bassa, con un bassissimo Indice di Sviluppo Umano e che è in continua discesa. Il 50% della forza lavoro del paese è impiegata nell’agricoltura, anche se la superficie arabile è solo del 5%. Si coltiva cacao, un pò di caffè, banane, palme da olio e da cocco, manioca e patate dolci. La produzione del legname è quasi tutta sotto il controllo del figlio del presidente-dittatore e del ministro delle Foreste.
Nella piccola isola di Annobon si sta consumando uno dei drammi più gravi dell’intero continente africano; il tutto nel più totale e assoluto silenzio del mondo occidentale e dei mass media. A partire dal 1988 il governo della Guinea Equatoriale autorizzò la società inglese Buckinghamshire a scaricare 10 milioni di barili di residui tossici in cambio di 1 milione e 600 mila dollari. Seguirono altre autorizzazioni rilasciate ad un’altra azienda inglese (Emvatrex) e al Gruppo Consorzio Axim di New York per depositare barili di resti tossici e diversi milioni di tonnellate di resti nucleari. L’isola, controllata dai militari del regime dittatoriale, dalle spie e dalla polizia, è inavvicinabile agli stranieri. L’isola è contaminata pesantemente dal radòn, una sostanza radioattiva, ma anche da pesticidi, diossina, formaldeide, metalli pesanti, cianuro e fenolo. Gli effetti sulla flora, sulla fauna e sugli abitanti sono devastanti. Le piante muoiono, mentre quelle giovani non si sviluppano. I pesci mostrano difettose alterazioni di sviluppo e così pure gli animali terrestri. L’isola è infestata dai ratti che attaccano i vecchi e i bambini durante la notte. Il regime ha rifiutato tutti i programmi di aiuto per l’isola e per combattere la diffusione dei ratti. Esso non vuole che si venga a conoscenza dei programmi del governo. Il 43% dei bambini con meno di 5 anni è gravemente sottopeso. La mortalità infantile è altissima. Il 41% dei bambini è affetto da diarrea ed è colpito da parassitosi intestinale. Diffusissime le malattie della pelle e le tumefazioni al viso. Sono aumentati, inoltre, i casi di leucemia. In nome del dio denaro tutto è permesso, anche uccidere lentamente gli abitanti dell’isola di Annobon (tanto sono solo 2.000!), nel più totale silenzio e nell’indifferenza più cinica delle società inglesi e statunitensi interessate a liberarsi dei propri rifiuti tossici e radioattivi, a sfruttare le immense ricchezze petrolifere e a dividere i proventi con la famiglia del presidente-dittatore.

Manuela Garau






1° Maggio tra contraddizioni e speranze

“Finalmente sarò padrone del mio tempo”. E’ questa l’espressione più diffusa tra coloro che al termine della carriera lavorativa attendono il momento del pensionamento. Per la verità, ne circola anche un’altra molto meno appagante, che brutalmente afferma: “Quando lascerai il lavoro, non sarai più nessuno”. Resta evidente che entrambi i detti vanno poi adattati al singolo individuo e dunque, sono da considerarsi parziali e soggettivi. Infatti è vero che ci sono persone che hanno fatto del lavoro l’unico valore della loro vita. Per questi la seconda massima rischia di essere pericolosamente attuale. Tante altre, però, - e per fortuna, - pur applicandosi con impegno e assiduità alla professione, che ha loro garantito “il pane quotidiano”, hanno saputo anche coltivare una capacità creativa più pluralista, arricchendosi di molteplici interessi. Per questi, il pensionamento, non sarà certamente un dramma, anzi, vedranno questa tappa come un’occasione per tuffarsi con maggiore slancio negli hobbies che  li hanno sempre appassionati. Dicono le statistiche che il lavoro, in media, assorbe il 50% dell’intera esistenza di una persona (supposto, naturalmente, che si abbia avuto la fortuna di trovarne uno …). Il dato, se ci riflettiamo un po’, appare abbastanza convincente. Infatti, alla quantità di tempo che destiniamo al lavoro, dobbiamo poi aggiungere anche quello che risulta strettamente ad esso collegato: i viaggi per raggiungere quotidianamente la sede, la preparazione intellettuale, psichica o soltanto materiale per il suo buon svolgimento, e così via … Il lavoro, poi, assorbe energie, comporta fatica, suscita preoccupazioni, sofferenze e, spesso, causa tensioni a motivo dei conflitti relazionali con i colleghi. Quando impegna oltre misura, costringe il lavoratore a uno stress ancora maggiore.
Rifletto su queste cose, mentre oggi, 1° Maggio, si celebra la Festa del lavoro. Contemporaneamente, però, mi viene anche da pensare a coloro che, nemmeno in questo giorno, hanno niente da festeggiare, appunto perché senza lavoro.  E allora plaudo alle tante manifestazioni che si tengono per sensibilizzare le istituzioni a favore dei tanti giovani, donne e padri che il lavoro non ce l’hanno o per denunciare l’intollerabile e impressionante numero di incidenti mortali sul lavoro che sta seminando di croci e di lutti il nostro Paese. Penso a quei genitori, ormai prossimi alla pensione, che si portano nel cuore la pena del lavoro precario o, peggio ancora, della disoccupazione che ancora colpisce qualcuno dei loro figli. Quante contraddizioni! E man mano che si va avanti pare che tutto diventi ancora più incerto: il lavoro stabile, la sicurezza, l’età pensionabile, il trattamento di fine rapporto. Sembra che non esistano più garanzie con il risultato che per le giovani generazioni il rischio di non poter serenamente progettare il proprio futuro si fa di giorno in giorno più concreto. Tanti, come si vede, sono gli interrogativi che affiorano alla mente e che contribuiscono a destabilizzare la pace e la serenità di una persona. Davvero non è facile rendere la propria vita significativa, mentre le regole che dovrebbero garantire sicurezza e stabilità cambiano continuamente. Come genitori, però, non possiamo e non dobbiamo disperare. Auguriamoci, perciò, che anche per il domani dei nostri figli sia possibile dare un senso all’esistenza. Che essi possano guardare lontano, sicuri di riuscire a costruire, da protagonisti, il loro futuro e di sentirsi parte integrante di una società che progredisce senza mai calpestare i diritti e la dignità di alcuno.

M. Rita Marras






Un sardo medico di santi

La vicenda biografica della Beata Maria Francesca di Gesù, al secolo Anna Maria Rubatto (Carmagnola, 1844 – Montevideo 1904), la prima Santa dell’Uruguay alla quale «Insieme» ha dedicato nel 2007 una pagina nella rubrica “Santi del mese”, si intreccia con la vita di Giovanni Antonio Crispo Brandis (Codrongianos, 1843). Quest’ultimo, dopo aver studiato medicina e chirurgia nelle Università di Sassari e Firenze ed aver esercitato la professione medica nella Marina da guerra italiana, nel 1872 si trasferì a Montevideo. Quando giunse in Uruguay, aveva già alle spalle diversi anni di esperienza e scritto un testo di medicina intitolato Vaccino e vaccinazione: all’egregio dott. Oscar Giacchi, medico condotto a Poppi, lettera del dott. Crispo Brandis Giovanni Antonio (Antica Tipografia Italiana Nicola Martini, Firenze 1870). Alla fine degli anni Settanta, subito dopo la fondazione della Facoltà di Medicina di Montevideo, istituita con decreto del 15 dicembre 1875 e con l’attivazione dei primi due corsi di Anatomia e Fisiologia, il prof. Crispo Brandis ricoprì la cattedra di Patologia medica, mentre negli anni 1800-1881 venne nominato preside della Facoltà, il quinto dalla sua fondazione e il primo italiano a ricoprire quell’incarico. Negli anni Novanta ebbe modo di conoscere e di diventare il medico di Suor Maria Francesca di Gesù. Costei infatti giunse a Montevideo il 24 maggio del 1892 insieme ad altre due suore terziarie cappuccine di Loano per lavorare come infermiere all’Ospedale Italiano della capitale uruguaiana. «[N]oi iniziammo il nostro duro lavoro che ci impegnava l’intero giorno e buona parte della notte. Quanti poveri italiani, commossi specialmente dal ricordo della loro santa mamma, chiedevano i sacramenti e morivano da cristiani! Tenacemente, ma con bei modi, dall’Amministrazione laica riuscimmo anche ad avere una cappella ed un cappellano fisso ...».
Quando le condizioni di salute di suor Rubatto peggiorarono, il 2 luglio del 1904, «suor Scolastica chiamò il medico che mi aveva curata, l’amico dei primi tempi di Montevideo, Crispo Brandis. Il suo parere, suffragato da quello di altri tre celebri medici della capitale Orientale, era che io dovessi essere operata subito». Subì un intervento il 15 luglio e poi un altro il 31 luglio, inutilmente. Il 3 agosto le fu amministrata la santa Unzione. Il 6 agosto spirò.
Negli anni seguenti, il prof. Crispo Brandis continuò ad esercitare la professione di medico e a interessarsi del suo paese natale. Infatti, profondamente legato al centro di Codrongianos, nel 1920 donò al piccolo Comune della provincia di Sassari 6.984 lire per lo studio di un progetto di acquedotto. L’anno dopo mise a disposizione la somma di 129.000 lire per la costruzione dell’opera. Nel 1929, il podestà del paese scrisse parole di elogio e gratitudine per «il nobilissimo atto di grande filantropia che testimonia la infinità bontà del suo animo generoso e l’attaccamento al suo paese natio, il quale ora è dotato di un’opera grandiosa che segnerà la rigenerazione igienica dei suoi abitanti». Il prof. Crispo Brandis morì nel 1937, ultranovantenne, in terra d’America.

Martino Contu






Notizie utili

  1. Festa di Prima Comunione: Le domeniche 18 e 25 maggio celebreremo la festa di Prima Comunione dei bambini del terzo anno di catechismo. Come, sempre, per favorire la presenza delle famiglie, si terranno in due turni.
  2. Festa di Santa Rita: Il prossimo 22 maggio ricorre la Festa di Santa Rita. Alle 18,30 la Santa Messa con il panegirico, la tradizionale benedizione delle rose e, al termine, il dono ricordo ai presenti.
  3. Festa di San Giuseppe a Villascema: Quest’anno la festa in onore di San Giuseppe nella chiesetta a lui dedicata in località Villascema si terrà Domenica 1° giugno. Intorno alle 10,30 ci sarà la processione e poi la Santa Messa con la predica. Al termine, il consueto rinfresco.
  4. 5^ Festa Comunitaria dell’Ambiente: Quest’anno la festa in montagna promossa dalla parrocchia si terrà lunedì 2 giugno. Per chi lo desidera, sono previste escursioni guidate e, prima del pranzo conviviale, la celebrazione della Santa Messa. L’iniziativa, di anno in anno, sta riscuotendo sempre più successo. Noi vi invitiamo tutti a partecipare e a iscrivervi per tempo, così da consentirci di organizzare la giornata nel migliore dei modi.






World Wide Web: le nuove frontiere della comunicazione

C'è un'immensa ragnatela che avvolge il pianeta: il World Wide Web. Lungo i suoi miliardi di fili invisibili corrono le informazioni sotto forma di parole, suoni, immagini. A cinquecento anni dall'invenzione della stampa, la nuova rivoluzione culturale ha cambiato e sta cambiando il mondo della comunicazione. Nel 1961 il giornalista A.J. Liebling del The New Yorker scrisse una cosa che per molti anni caratterizzò il dibattito sul potere dei media: "La libertà di stampa appartiene a chi possiede i giornali". In effetti a quell'epoca erano poche le persone che possedevano l'autorizzazione a stampare o a trasmettere informazioni per un vasto pubblico, e coloro che avevano qualcosa da dire, ma che non possedevano una testata, trovavano difficile rivolgersi a un gran numero di persone. Ma qualche decina d’anni dopo, l'immenso sistema globale di reti informatiche conosciuto come Internet ha abbattuto quelle barriere. Oggi la libertà di stampa si definirebbe meglio come "patrimonio di chiunque sappia digitare su una tastiera", perché pubblicare informazioni attraverso Internet (il World Wide Web, detta anche WWW o semplicemente "la Rete") è estremamente facile. Anziché essere sottoposta al controllo delle grandi aziende, oggi la comunicazione di massa è accessibile a chiunque abbia un computer, qualche software e la connessione con Internet. Viene da chiedersi cosa avrebbe detto Liebling di questo nuovo mondo fatto di comunicazione computerizzata, che spazia da singoli individui fino a riviste che reclutano migliaia di collaboratori o a versioni web di pubblicazioni prestigiose come il New York Times, il Wall Street Journal e il U.S. News & World Report. Da quando Internet ha ampliato e modificato il mondo della comunicazione, sono cambiate anche le regole e i metodi per presentare e aggiornare i contenuti, le modalità secondo cui sono reclutati e pagati gli inserzionisti e persino il modo di valutare le stesse informazioni in base alla loro precisione e attendibilità. Il World Wide Web esiste e non si torna indietro. Una volta scoperti nuovi modi per imparare e per comunicare, la gente non permetterà che le siano portati via. Le case editrici e i mezzi di comunicazione in questi anni stanno lavorando duramente per tenere il passo con la tecnologia, consapevoli che ormai stanno cambiando anche i dettagli tecnici della rete stessa. Ma i giornalisti e gli editori che si impegnano per approfondire gli aspetti innovativi e di progresso in questi nuovi settori, probabilmente se la caveranno bene come i professionisti che passarono dalla carta stampata alla radio e successivamente alla televisione quando questi mezzi di comunicazione fecero la loro comparsa, decine di anni fa.

Stefano Mais






Mons. Aymerich vescovo di Ales

Il 28 aprile da alcuni è conosciuto come “Sa die de sa Sardigna”, la festa del popolo sardo, in ricordo della sollevazione dei cagliaritani e la conseguente cacciata dei funzionari piemontesi da Cagliari e da tutta l’Isola. Pochi però conoscono gli antefatti di questa rivolta: l’autoconvocazione del Parlamento per organizzare la difesa della Sardegna contro il tentativo d’invasione francese, la sconfitta degli stessi invasori e la presentazione delle cosiddette “cinque domande” da parte del Parlamento sardo al re Vittorio Amedeo III.
In esse si chiedeva in particolare al sovrano il rispetto  dei privilegi e delle leggi fondamentali del Regno di Sardegna e la rivendicazione degli impieghi della pubblica amministrazione ai Sardi, fatta eccezione per la carica di viceré. Tali impieghi infatti erano tutti in mano ai piemontesi. Tra i protagonisti di questi fatti uno è sepolto a Villacidro nella chiesa parrocchiale di Santa Barbara, mons. Michele Antonio Aymerich vescovo di Ales dal 1788 al 1806. Il vescovo faceva infatti parte insieme al canonico Pietro Maria Sisternes per lo Stamento ecclesiastico; a Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per quello militare; e a Antonio Sircana con Giuseppe Ramasso per il Braccio reale della ambasceria che il Parlamento aveva inviato a Torino con le domande da presentare al monarca.
Proveniva da una delle famiglie più antiche della Sardegna, feudatari di Laconi e Villamar, di origine catalana erano presenti nell’Isola sin dalla conquista catalano – aragonese. Durante il suo episcopato tra l’altro venne fondata nella nostra parrocchia la Confraternita di Sant’Efisio, il 3 dicembre del 1798. come il suo predecessore, mons. Giuseppe Maria Pilo, anch’egli abitò nel palazzo Vescovile villacidrese dove morì il 23 luglio 1806. come detto venne tumulato nella nostra chiesa parrocchiale. Anche il vicario capitolare Serra (+ 1817) e il vescovo mons. Giuseppe Stanislao Paradiso (+ 1822) riposano in Santa Barbara.

Giovanni Deidda






Buon compleanno!

6 maggio 1608 – 6 maggio 2008, quattrocento anni. Tanti ne compie il più antico documento conservato nell’archivio della nostra parrocchia, la copia di un testamento in catalano. La più antica testimonianza scritta custodita in assoluto nel nostro paese. Prenderla in mano, leggerla significa viaggiare nel tempo; dando spazio all’immaginazione, alla curiosità, al gusto della scoperta vengono tante domande « Chi lo ha scritto? Come era il paese all’epoca? Come erano gli abitanti? Come vivevano? Come era la nostra chiesa? Chi era il parroco?…». Domande a cui non è poi così impossibile rispondere…
Qualcuno potrebbe anche chiedersi il perché di tutto questo rinnovato interesse per il patrimonio storico, artistico e documentario della Chiesa, d’altronde questi soldi si potrebbero dare ai poveri (Gv 12,5) più che stare dietro alle “anticaglie”. Alcune citazioni autorevoli possono aiutare a comprendere meglio la questione «La memoria storica fa parte integrante della vita di ogni comunità e la conoscenza di tutto ciò che testimonia il succedersi delle generazioni, il loro sapere e il loro agire, crea un regime di continuità. Pertanto, con il loro patrimonio documentario, conosciuto e comunicato, gli archivi possono diventare utili strumenti per una illuminata azione pastorale, poiché attraverso la memoria dei fatti si dà concretezza alla Tradizione» (La funzione pastorale degli archivi, 1.3). «Né si può dimenticare il contributo positivo offerto dalla valorizzazione dei beni culturali della Chiesa. Essi possono rappresentare, infatti, un fattore peculiare nel suscitare nuovamente un umanesimo di ispirazione cristiana.
Grazie a una loro adeguata conservazione e intelligente utilizzo, essi, in quanto testimonianza viva della fede professata lungo i secoli, possono costituire un valido strumento per la nuova evangelizzazione e la catechesi, e invitare a riscoprire il senso del mistero» (GIOVANNI PAOLO II, Es. ap. Ecclesia in Europa, 28 giugno 2003, n. 60).
Infine papa Paolo VI «Avere il culto di queste carte, dei documenti d’archivio, vuol dire avere il culto di Cristo, avere il senso della Chiesa, dare a noi stessi e a chi verrà la storia del transitus Domini [ passaggio del Signore, ndr] nella storia degli uomini». A proposito poi di cultura, questi giorni sono stati resi noti i risultati di un’indagine statistica condotta per conto della Santa Sede, negli stati europei di tradizione cattolica, sulla conoscenza della cultura cristiana, in particolare della Bibbia; a riguardo in Italia l’ignoranza è pressoché totale, studenti universitari di lettere, storia e filosofia che confondono Gesù con Mosé o che non sanno quanti sono i Vangeli…
Che non sia giunto il tempo di mettersi a studiare senza troppi pregiudizi??

Giovanni Deidda







DALLA PARTE DEGLI ANZIANI E ALLA RIFLESSIONE DI FIGLI E NIPOTI….

L’invecchiamento della popolazione è una realtà di per sé ottima, ma comporta una presa di coscienza e una trasformazione della società per far fronte a tutte le problematiche che l’invecchiamento presenta. Tale fenomeno, con il sorpasso delle morti sulle nascite, era gia evidente nel 1995, parlo della nostra Italia, che secondo le statistiche, è il Paese più vecchio del mondo con la più altra percentuale di ultrasessantenni e la più bassa di ragazzi sotto i 15 anni. Trieste pare sia la città più anziana del pianeta. Quindi nessun paese progredito può ignorare il fenomeno dell’invecchiamento e le sue implicazioni di carattere economico, sociale, culturale e psicologico.
Dopo la 2^ guerra mondiale le straordinarie scoperte della medicina e della tecnica, le migliorate condizioni di vita, l’alimentazione, l’igiene, l’introduzione del Servizio Sanitario Nazionale hanno determinato un progressivo allungamento della vita. Il controllo delle nascite, le donne sempre più impegnate in attività lavorative, insieme alle cure della famiglia, han fatto si che la natalità sia calata fortemente. Se nel 1964 i  nati furono 1 milione e 64 mila, dieci anni fa se ne contavano solo 530 mila. Ora abbiamo con la Spagna il triste primato della più bassa natalità del mondo.
Fra qualche anno ci saranno 2 anziani per ogni giovane, per cui anche all’interno della famiglia ci sarà un grande squilibrio contrariamente a quello che succedeva fino alla metà del 900. Chi scrive non ha conosciuto nessuno dei quattro nonni, morti giovani, mentre la mamma, già orfana, sposandosi portò con se i suoi fratellini. Oggi si presenta il fenomeno opposto: la maggioranza degli anziani non potrà contare sull’assistenza familiare vista l’esiguità della famiglia. Il prolungamento della vita si accompagna anche ad un incremento delle malattie gravemente invalidanti come l’Alzheimer e alte patologie degenerative, che sicuramente configurano un notevole impegno assistenziale da parte dei membri della famiglia e delle istituzioni.
Vi è un altro aspetto da considerare: le donne vivono più a lungo, sono quasi il doppio degli uomini, pur lavorando di più per far fronte a tanti problemi: la cura dei figli, della casa e, se c’è, anche un attività extra domestica. La donna al di là di tante motivazioni ha più risorse, più vitalità, perché Dio l’ha creata forte, atta a sopportare dolore e fatica, in virtù della trasmissione della vita affidatale. Per questa longevità saranno quindi più sole a vivere la vecchiaia, con difficoltà anche economiche data la disparità di retribuzione nelle attività lavorative, e la scarsa considerazione che la società ha del lavoro domestico, la cura dei figli e l’assistenza agli anziani. Quindi la donna ha spesso un attenzione inadeguata per una vecchiaia serena. Resta l’alternativa, per chi è solo, della casa di riposo, che per i suoi costi non è accessibile a tutti, specie quelle di buon livello. La scienziata Levi Montalcini, che oggi compie in buona forma 99 anni, forte della sua esperienza di vita dedicata all’esplorare i misteri della mente umana, sostiene che la vecchiaia non va vissuta nel rimpianto dei privilegi e vantaggi perduti col passar degli anni, ma affinando le proprie capacità, coltivando gli interessi e altre qualità che secondo la studiosa possono manifestarsi in modo del tutto nuovo nella terza o quarta età.
Rimane un mistero come i circuiti celebrali che presiedono le attività mentali, possano funzionare anche in tarda età, rendendo più affascinante l’esperienza di vivere, aggiungendovi saggezza e discernimento. Se poi la vecchiaia verrà arricchita dalla Fede la si vivrà più serenamente nell’attesa di porre la parola FINE alla grande, bella, se pur dolorosa, avventura della vita terrena.

Mariolina Lussu







L’Argentina chiama e la Sardegna risponde

Ogni domenica mattina, dalle dieci alle undici, è possibile stabilire, e mentalmente percorrere, un ponte ideale che  dall’Argentina arriva, dritto dritto, qui, in Sardegna. La trasmissione radiofonica e televisiva che mette in contatto l’Argentina con la Sardegna (e che è possibile seguire in diretta collegandosi, via Internet, al sito www.am890radiosoberania.com.ar), ha per titolo “Sardegna nel cuore”. E già questo racconta varie cose … E’ presentata da una splendida signora sarda, Teresa Fantasia che, da circa sessant’anni vive nel sud-America. Ne aveva solo sette quando, il 31 dicembre del 1948, partì da Pattada e salì, con i suoi fratelli e i genitori, nella nave Santa Cruz. Nave che li avrebbe condotto lontano dalla loro terra natia.
Cercare altre terre con la speranza di un futuro migliore… Era il sognoi di tanti, allora. Ed è stato, sessant’anni addietro, anche il sogno-speranza dei genitori di Teresa, Nanneddu Fantasia, un calzolaio molto apprezzato e che ancora in tanti, a Pattada, ricordano e Toiedda Zazzu. Dovremmo ricordarlo più spesso, oggi, quando si affronta, in Italia, il discorso dell’immigrazione. Chi abbandona la propria terra – soprattutto se si è responsabili del presente e del futuro dei figli – non lo fa mai a cuore leggero, per spirito di avventura, per un bisogno di esplorare nuovi lidi. E’ spesso la necessità a dare un senso al passo, a dare forza ad una decisione sofferta. Oggi Teresa, sposata felicemente con Eduardo e madre orgogliosa, abita nella città di Moreno e trascorre serenamente la sua vita d pensionata. Una serenità che quotidianamente si conquista con un fare e un dare che sorprende. I suoi interessi sono molteplici, ma quello che maggiormente la gratifica e, appunto, il contatto domenicale con la sua terra natia e con i Sardi sparsi nel pianeta. “Sardegna nel cuore” è una trasmissione bella da ascoltare. Ben costruita, concede spazio a tutti coloro che hanno qualcosa da dire e … da dare, se è vero – come è vero – che il condividere con altri i propri pensieri, la propria musica, la propria poesia, la propria arte insomma, crea una situazione sinergica che fa crescere, perché invita alla riflessione, allo scambio di idee, alla crescita culturale. Teresa parla, racconta, comunica – di volta in volta – ai suoi radio-ascoltatori la storia e le novità che riguardano soprattutto la sua-nostra terra. E lo fa … con la Sardegna nel cuore! Emerge, infatti, dal suo dire, l’amore senza confini che ancora oggi la lega all’isola dei nuraghi. E’ un cordone ombelicale mai spezzato, perché farlo avrebbe potuto creare, forse, problemi di identità o mancanza di memoria. Questo suo continuo “dissetarsi” alle fonti sarde è un doveroso e piacevole viaggio a ritroso che, contemporaneamente, le consente il volo … perché in tal modo nulla viene tralasciato, nulla viene dimenticato o cancellato. Ma tutto contribuisce a costruire e, all’occorrenza, a rafforzare l’intelaiatura dei suoi nervi, dei suoi muscoli, del suo sangue e delle sue emozioni. Emozioni che diventano inevitabilmente nostre quando, la domenica mattina apre la sua trasmissione con la voce di Andrea Parodi o Tonino Puddu, di Alessandro Catte o Piero Marras, di Andrea Poddighe o Quintomoro … Con la lettura di alcuni articoli trati dai vari quotidiani e settimanali sardi … Con le interviste a Gino Martelli, a Marisa Sannita, a Giovanni Mulas, a Maria Giovanna Cerchi … Per poi parlare del nostro mare e del rischio della cementificazione selvaggia, della Madonna di Bonaria, del nuraghe Orolio, - che va salvato – del Coro polifonico oschirese e perfino del profumo e del sapore del torrone di Tonara e di Pattada! Teresa fa tutto questo con l’entusiasmo di sempre e non dimentica mai di far “sentire” i silenzi di pietra dei bambini del Chaco, del Darfour, dell’Uganda e, all’occorrenza, le vocine di bambini più fortunati che, da vari paesi della Sardegna, parlano con lei, tramite telefono, per raccontare i loro progetti di solidarietà e di pace.

Rosalba Satta Ceriale






Parrocchia Santa Barbara - Villacidro
Pellegrinaggio Parrocchiale nei luoghi di San Pio
10-15 Settembre

Programma di viaggio

10 Sett. 1° giorno: Cagliari-Olbia
               Ritrovo dei signori partecipanti nei luoghi indicati, sistemazione in pullman G.T. e partenza per Olbia. Imbarco su M/N Tirrenia diretta a Civitavecchia. Sistemazione a bordo in cabine interne a 2 o 4 posti tutte con servizi privati. Cena libera e pernottamento a bordo.

11 Sett. 2° giorno: Civittavecchia-Pietrelcina-San Giovanni Rotondo
               Sbarco a Civitavecchia e immediata partenza per Pietrelcina. Visita della casa natale di San Pio. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio proseguimento per il Gargano, arrivo in serata a San Giovanni Rotondo, sistemazione in hotel, cena e pernottamento.

12 Sett. 3° giorno: San Giovanni Rotondo
               Giornata a disposizione per la visita di San Giovanni Rotondo, sosta di preghiera davanti alle spoglie di San Pio, celebrazione della Santa Messa. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio Via Crucis e passeggiata nel centro storico. Cena e pernottamento.

13 Sett. 4° giorno: San Giovanni Rotondo-Lanciano-Roma
               Prima colazione in hotel. Partenza per Lanciano e visita al Santuario del Miracolo Eucaristico a testimonianza del primo Miracolo Eucaristico ricordato dalla Chiesa Cattolica. Celebrazione della Santa Messa nella Chiesa di San Francesco. Pranzo in ristorante nella città. Nel pomeriggio proseguimento per Roma. Arrivo in hotel, sistemazione nelle camere riservate. Cena e pernottamento.

14 Sett. 5° giorno: Roma-Civitavecchia
               Mattina dedicata alla visita di Roma. Celebrazione della Santa Messa nella Basilica di San Pietro (nella cappella dove si trova il corpo del Papa Giovanni XXIII), visita alle tombe dei Papi. Pranzo e nel pomeriggio proseguimento per la stazione marittima di Civitavecchia. Prima di giungere al porto visita al Santuario della Madonnina di Civitavecchia. Imbarco e partenza. Cena libera e pernottamento a bordo.

15 Sett. 6° giorno Olbia-Villacidro
               Sbarco e rientro nella tarda mattinata a Villacidro. Fine del viaggio.

Quota di partecipazione: euro 520,00
Supplemento camera singola: euro 120,00
La quota può essere versata in piccole rate ogni mese ad iniziare da giugno. Per qualsiasi informazione rivolgersi in parrocchia.
Le iscrizioni scadono il 31 Maggio.






Lettera al Giornale

Egregio Direttore,
ho letto con un certo disappunto il suo “La nostra Parrocchia, un cantiere aperto”. Intanto il titolo mi pare infelice: definire la parrocchia un cantiere aperto sa tanto di impresa, di appalti, di spese, di licenze e via discorrendo. Ma non è tanto di questo che voglio parlare. In particolre mi ha colpito quando scrive: “Finora non sono riuscito a trovare il benché minimo finanziamento da parte degli enti pubblici e/o privati … a tutti chiedo di collaborare destinando il 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche. Intanto, in attesa di trovare ascolto presso le istituzioni che possono, pubbliche e/o private, - un rifiuto da parte loro risulterebbe semplicemente scandaloso e inaccettabile, - ho provveduto ad avviare le trattative con l’Amministrazione comunale per la vendita dell’attuale Oratorio di via Asproni”.
Quel che proprio non mi va giù è il fatto che sarebbe scandaloso e inaccettabile se non si trovasse ascolto presso le istituzioni pubbliche ecc. ecc. Che un privato possa (se vuole) destinare ciò che vuole alla parrocchia, nulla da eccepire, ma che si trovi inaccettabile e scandaloso un rifiuto delle istituzioni pubbliche, che sono laiche e aconfessionali, dovrebbero finanziare la parrocchia? Già si destinano cifre ingenti a restauri e interventi vari nelle diverse chiese. Ci manca solo un ulteriore salasso di pubblico denaro per finanziare l’oratorio cattolico! E se a batter cassa fossero, poniamo, i Testimoni di Geova o qualche altro gruppo religioso presente nel territorio? Susciterebbe lo stesso scandalo? Io penso che i cattolici dovrebbero essere più coerenti con il loro credo e provvedere anche a queste spese, se vogliono. Di certo non le istituzioni dello stato italiano che, piaccia o meno, non è uno stato confessionale e fondamentalista.

Cordialmente
Gian Paolo Marcialis.



Risposta del Direttore

Avrei volentieri fatto a meno di pubblicare questa lettera e non perché in difficoltà per le argomentazioni prodotte. Scelgo di renderla pubblica per evitare di essere accusato di non accettare né critiche, né confronto dialettico. Signor Marcialis, ma in che mondo vive? Possibile che il suo laicismo si ostini ancora a  ricusare ciò che perfino il Parlamento italiano - (che non è né confessionale, né fondamentalista), - ha da tempo superato? Non sa che esistono pronunciamenti di encomio e di sostegno a favore degli Oratori a motivo della valenza educativa ad essi riconosciuta dall’intera società? Davvero è all’oscuro del fatto che tanti parlamentini regionali (anch’essi non confessionali e fondamentalisti,di destra e di sinistra) hanno già varato leggi a favore dei medesimi? Il vocabolo “laicità”, nella sua accezione più vera, significa avere a cuore e promuovere tutto ciò che torna utile a una determinata società, indipendentemente dal credo politico e religioso dei singoli componenti. Ciò che importa è conseguire il bene comune, indipendentemente da chi lo promuove.   E poi, perché mai i soldi dei cattolici sarebbe corretto destinarli che so, per finanziare programmi televisivi che essi considerano altamente diseducativi, oppure per sostenere iniziative che, con la scusa di fare cultura, offendono e disprezzano i contenuti della loro fede o, ancora, per costruire le moschee e i locali per le attività religiose degli islamici, e invece sarebbe inaccettabile spenderne anche per realizzare strutture, ripeto, da tutti (eccetto che da Lei) riconosciute come luoghi in cui la persona è accolta, rispettata e mai manipolata, solo perché a realizzarle e a gestirle è la chiesa (appunto, i cattolici)?
La Parrocchia Santa Barbara, - e Lei lo sa bene, - possiede già dei locali (leggi, ad esempio, Auditorium) che costantemente (e gratis!) mette a disposizione della collettività, senza mai discriminare nessuno. In tante occasioni ho visto presente anche Lei. Le chiedo: per entrare, le è mai stato chiesto un certificato di buona condotta cristiana? Oppure le è stato imposto di andare a messa la domenica successiva? Perché mai non sarebbe giusto e doveroso attendere dagli enti pubblici un sostegno a favore di chi – in nome del servizio al prossimo e non per proselitismo, come pensa Lei, - decide di investire tutto ciò che ha per realizzare ( e per tutti!) palestre per lo sport, locali per il tempo libero e per il recupero scolastico e magari un teatro per le iniziative culturali della collettività? Non importa se si è cattolici o testimoni di Geova. L’importante è che le iniziative siano finalizzate al bene della persona e alla crescita sociale.
Quanto all’espressione “la nostra Parrocchia, un cantiere aperto” che Le ha suscitato disappunto, che dire? Pensavo che fosse facile capire che si tratta di una metafora, come l’ultima parte dell’articolo lasciava chiaramente intendere. La parola “cantiere”, infatti, intende significare un’altra dimensione di impegno, fatica e collaborazione finalizzato all’annuncio del vangelo di Gesù.
La invito pertanto a rapportarsi alla realtà non con sistematico sospetto, ma con maggiore positività, evitando di leggerla e di valutarla con le spesse lenti del pregiudizio. La saluto e Le auguro un mare di bene.

Don Giovannino






A piccoli passi

Nel corso della storia dell’uomo, diverse figure hanno speso la loro vita impegnandosi nella diffusione e nella difesa della pace. Purtroppo questo ideale è molto distante dalla realtà dell’essere umano, dal momento che il suo contrario, la guerra, intesa nelle sue molteplici accezioni, è  spesso presente nel vivere quotidiano.
Per questo si parla di figure singole quando ci si riferisce ai difensori della pace: tutta l’umanità non sarebbe capace di accettare davvero, senza ipocrisie, ciò che Martin Luther King diceva di sognare nel suo famoso discorso. Applaudire udendo un bel discorso è facile, metterlo in pratica nella vita di tutti i giorni lo è un po’ meno. Una delle caratteristiche del genere umano è proprio ciò che sta alla base del concetto di guerra: l’incapacità di accettare il diverso e l’innata tendenza a sopravvivere nelle migliori condizioni possibili.
Come è possibile lamentarsi per la mancanza di una pace universale se non si è nemmeno in grado di convivere pacificamente  nel microcosmo della vita quotidiana? Pace non è solamente assenza di uno scontro armato, ma è armonia, fratellanza, sincera accettazione reciproca. In base a ciò, per quanto tranquille siano le nostre vite, nemmeno nella nostra condizione possiamo affermare di essere concretamente in pace: siamo portatori di guerra attraverso ciascuna delle nostre discriminazioni, attraverso il nostro egoismo e la nostra mancanza di attenzione nei confronti degli altri.
Ogni individuo, nella sua singolarità, dovrebbe adoperarsi per costruire concretamente la pace con piccoli gesti quotidiani: se tutti fossimo disponibili a servire il nostro vicino, ad accogliere la diversità come ricchezza, l’eco delle nostre azioni potrebbe udirsi anche molto lontano. Pace e solidarietà a livello mondiale sono concetti molto complessi sia da spiegare che da conquistare: chi si impegna affinchè questi possano concretizzarsi spesso è un fiore smarrito nel deserto, se messo in relazione con il resto dell’indifferente umanità.
Vivere in pace nella propria piccola quotidianità è il primo passo per costruire le fondamenta di una pace per il futuro. E’ solo un piccolo passo, ma un’intera umanità che cammina verso lo stesso fine farebbe un bel po’ di rumore. In fin dei conti, solo chi cammina lentamente non smarrisce la strada. Ed anche il più imponente dei palazzi non è fatto d’altro che di piccoli mattoni.

Stefania Sperandio






IL PAPA IN SARDEGNA
Cagliari 7 settembre 2008

In occasione del centenario della consacrazione della  Sardegna alla Madonna di Bonaria, il Papa Benedetto XVI verrà in visita in Sardegna il prossimo 7 Settembre.

Il Papa arriverà a Cagliari la Domenica mattina all’aeroporto di Elmas alle 9,30. Sarà ricevuto dall’arcivescovo di Cagliari Mons. Giuseppe Mani. Seguirà il trasferimento immediato alla Basilica di Bonaria, dove alle 10,30, celebrerà la Messa E’ previsto che il Papa passi tra la folla, a bordo della ”papamobile”, per salutare le migliaia di fedeli concentrati nelle vie limitrofe alla Basilica.
A ricordo del centenario, Benedetto XVI metterà nelle mani del simulacro della Madonna di Bonaria, a nome di tutti i sardi, una nuova barca, appositamente realizzata per l’occasione. Il segno intende simboleggiare la consegna alla Madonna di Bonaria della nostra fede e della nostra Chiesa.
Al termine della Messa il Papa pranzerà nel Seminario Regionale Sardo insieme a tutti i vescovi.
Nel pomeriggio si recherà alla cattedrale per una preghiera privata. Successivamente raggiungerà il  Largo Carlo Felice, per l’incontro con i giovani che è previsto intorno alle ore 18.00.
Al termine, il Papa rientrerà a Roma.
Per la partecipazione all’evento, la Parrocchia comunicherà per tempo il relativo programma.

Annotazione importante:

In occasione della visita del Papa, il Comitato promotore, sta cercando nelle parrocchie e nelle diocesi dei volontari disposti a fare un servizio di volontariato nei giorni dal 1 all’ 8 Settembre. Invitiamo pertanto quanti possono e vogliono rendersi disponibili a comunicarlo quanto prima in Parrocchia (comunque entro e non oltre il 15 Maggio prossimo).   L’età richiesta è tra i 18 e i 40 anni.

Si ricorda che nella serata di Domenica 1 Giugno si terrà, invece, il pellegrinaggio diocesano a Bonaria. Abbiamo già prenotato un pullman. Per le prenotazioni è bene rivolgersi alla Sig.a Maria Serra.






MOTOCROSS A VILLACIDRO, BEN OLTRE MILLE SPETTATORI

Domenica 20 Aprile  2008 il M.C. Villacidro ha regalato, ad un pubblico delle grandi occasioni una splendida giornata di sport motociclistico.  La manifestazione prevede la  3° Prova  Campionato Sardo cl 125 cc, la  3° Prova Trofeo Sardegna Quad/Cross e la 2° Prova Campionato Sardo Minicross.
Gli organizzatori sono riusciti a  presentare ai piloti ed al pubblico un campo di gara in perfette condizioni, questo è essenziale per lo spettacolo e per la sicurezza, un terreno di gara sapientemente innaffiato elimina   la polvere e permette al pilota di dare il massimo, mettendo il pubblico in condizioni di vedere lo spettacolo senza nessun disturbo.
 Mesi di duro lavoro dei soci del M.C. Villacidro, per rendere questa manifestazione sicura e spettacolare, ma vi assicuro, che quando vedi oltre mille persone che assistono e partecipano allo spettacolo, ti senti meno stanco, e quando a fine gara tutto è andato per il meglio e ricevi anche i complimenti da parte di tutti i piloti e loro famigliari  la stanchezza sparisce.
Rimane sempre la delusione  che da ben  9 anni aspettiamo l’allaccio della corrente, ancora una volta si è andati avanti con il gruppo elettrogeno, la strada che porta al crossdromo è in condizioni pessime, il M.C. Villacidro ha  incaricato una ditta per dare una sistemata alla strada per permettere ai camper dei piloti di poter arrivare alla pista.
Nella mattinata si sono svolte le prove libere e le prove ufficiali per tutte e  4  le categorie.
Ma l’attesa più grande per il pubblico sono le 2 manche della classe 125, trenta piloti pronti a confrontarsi tra loro, li vediamo mentre si posizionano dietro il cancelletto di partenza, in base ai tempi delle qualifiche della mattina, il tempo migliore è di  Asole Gian Mario e  spetta a lui la scegliere la posizione migliore e poi a seguire gli altri piloti.
Asole dopo un po’  passa al comando lasciandosi alle spalle  Collu, Fodde Fresi e Bergamin, tutti e 5 questi piloti si sono fregiati del titolo di campione Sardo, con questo ordine termina la prima manche.
Nella seconda manche Muggianu, con una condotta di gara regolare, taglia il traguardo per primo, Asole con una grande rimonta si porta al secondo posto, terzo Fodde, quarto Fresi quinto Manca Simone, per Collu vittima di una scivolata solo l’ottavo posto.
La classifica finale assoluta vede 1° Asole, 2° Fodde, 3° Fresi, 4° Collu, 5° Muggianu. Da segnalare la grande bravura  di Collu Andrea nell’eseguire il salto del “panettone” strappando applausi dal pubblico ad ogni suo  passaggio.
Per dovere di cronaca devo riportare il grande applauso che tutti i piloti e loro accompagnatori hanno dedicato al MC. Villacidro per l’ottima organizzazione e per l’attenzione che si sta dando  alla sicurezza, chiedendo che si facciano  più gare a Villacidro.
Per il momento appuntamento allo  08 Giugno 2008 per la gara di trial organizzata dal MC. Villacidro.

Leo Marco






La famiglia, la scuola, la società.

Facciamo fatica a sederci un attimo a parlare ed ascoltare i nostri figli, perché dobbiamo correre chissà dove, chissà perché. Poi firmiamo le deleghe, una alla scuola, una agli operatori sportivi, una al catechismo, una al politico di turno, ecc. ecc., così ci sentiamo più liberi di correre spesso con la sensazione di aver fatto bene il nostro dovere di genitori e  di cittadini. Ci sarà di solito un’altra persona a pensare per noi. Abituiamoci ad agire in prima persona, non aspettiamo che siano gli altri ad assolvere i nostri compiti e doveri.
Se la famiglia non assolve il suo compito principale di educare i propri figli, e prepararli ad affrontare la vita, quasi sicuramente ci troviamo di fronte ad un probabile fallimento.
 La famiglia, la scuola, lo sport ed altro, ognuno nella sua area d’appartenenza, dovrebbero perseguire una linea di condotta simile, improntata al rispetto delle regole, alla preparazione culturale e all’affrontare le difficoltà, al giusto spirito agonistico della sportività, ed alla conoscenza del senso civico di cittadino, quando questo cerchio educativo si riesce a chiuderlo, la crescita dei nostri figli non può che essere giusta. La società e le istituzioni non devono lasciare la famiglia o la scuola o le altre “agenzie” educative sole a se stesse, c’è un gran bisogno che tutte le forze in campo interagiscano tra loro, per perseguire l’obbiettivo di far crescere una società migliore.
L’uomo e la società sono capaci di capovolgere le cose, il ragazzo che a scuola studia e si impegna per ottenere ottimi risultati, è chiamato “secchione” e spesso è deriso, assurdo! La società dovrebbe far capire che i bravi ed i preparati sono una risorsa che noi tutti dobbiamo proteggere, ma anche favorire.
Invece spesso la società ci propone metodi sbrigativi: non i più bravi i più capaci, ma i raccomandati sono loro che avranno i posti migliori. Ecco allora che anche chi ha le capacità spesso si trova impotente a combattere questa discriminazione, e non sempre ha la forza di reagire.
In Italia il termine “meritocrazia” spesso non è utilizzato, ci troviamo a vedere le persone, in qualunque campo esse siano impiegate, a non essere motivate per il loro lavoro. Gli aumenti sono suddivisi in parti uguali, chi ha operato con capacità e impegno non è premiato in nessun modo, ciò rappresenta un segnale negativo. Il sindacato è sempre stato contrario, ad utilizzare nel mondo del lavoro la meritocrazia come parametro retributivo, questo sicuramente per paura di diminuire il n° degli iscritti, ultimamente ha leggermente cambiato rotta. Penso alla scuola, ai docenti, malpagati prima di tutto, dove la professionalità e l’impegno non trovano spesso una giusta gratifica economica e umana.
Il tutto non aiuta certo a creare quella sana competitività che invoglia a far bene. In un mondo globale, dove le nuove generazioni devono confrontarsi non solo nell’ambito nazionale, ma con giovani provenienti da tutto il mondo, la scuola italiana ha la responsabilità importante di preparare i nostri ragazzi affinché siano all’altezza di confrontarsi con tutti alla pari. La famiglia, la scuola, non sono sufficienti per fare questo, la società con una politica nuova deve fornire gli strumenti idonei per affrontare questa nuova realtà. La distanza dei nostri politici dal comune cittadino è abissale e finché questa distanza non si riduce, sarà difficile trovare la soluzione. Va bene una politica nuova, ma occorrono anche nuovi politici, capaci di saper ascoltare e capire i reali problemi della società.

Leo Marco

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